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Interviste 14 Sep 2018 13:12 CEST

«Mi pare che Renzi preferisca ancora una volta una partita solitaria che lo porterà inevitabilmente a candidarsi a segretario nel prossimo congresso»

Nessun ribaltone, caro Ceccanti. Per Goffredo Bettini l’alternativa al renzismo non passa per ribaltoni parlamentari, ma per il recupero degli elettori dem stregati da Grillo. Bettini, una vita passata nella sinistra dal Pci ai Ds e poi al Pd, oggi europarlamentare, da tempo battitore libero ma da sempre vicino a Nicola Zingaretti ( che ha fatto una parte importante del suo cammino politico nella sinistra guidata da lui), lo segue ora con molta discrezione.

Secondo Ceccanti, il Pd è diviso in due ali: una che fa capo a Zingaretti e che punta al ribaltone parlamentare con i 5 Stelle e una, renziana, che invece non vuole essere subalterna ai grillini.

È una fake news, e mi dispiace che sia Ceccanti, una persona che stimo, ad averla diffusa. Zingaretti non ha bisogno di difensori d’ufficio. Ma né lui né altri che lo sostengono hanno mai affermato di lavorare per un ribaltone dell’attuale maggioranza di governo.

Piuttosto hanno posto l’esigenza, e dico io l’urgenza, di parlare agli elettori che hanno votato Grillo e che prima in buona parte votavano noi. Per aprire in mezzo a loro una riflessione sulle contraddizioni del rapporto con la Lega e sui danni che sta procurando all’Italia l’attuale coalizione. È un ragionamento politico, abbastanza ovvio. Renzi e Ceccanti mi pare propongano l’isolamento, la stasi di ogni iniziativa, la sola propaganda. Tutto per ragioni di consenso interno.

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Glielo chiedo, anche se col senno del poi: il Pd avrebbe dovuto provarci di più, per evitare che il Movimento 5 Stelle si alleasse con la Lega?

Certo. Non sedersi neppure al tavolo ha spinto i 5Stelle tra le braccia della Lega senza pagare alcun prezzo. Considerare la Lega uguale e intercambiabile con i grillini è un errore madornale. L’elettorato di Grillo è composito. La Lega di Salvini è una destra aggressiva e autoritaria che sta avanzando in tutta Europa. Regalare alla destra un consenso che non ha, l’ha fatta crescere ulteriormente. Dovremmo, invece, sottolineare come la spaccatura su Orban, nel Parlamento europeo, tra la Lega e 5Stelle, dimostra ancora una volta come l’accordo nel governo Conte sia solo di potere.

Dove guarda la mozione che fa capo a Zingaretti? È lui l’uomo giusto?

Non ho voglia, né il ruolo, di dare giudizi come persona. Mi posso riferire solo alle sue uscite pubbliche. Ho capito questo: una collocazione più critica rispetto alla globalizzazione, la centralità della lotta contro le ingiustizie così aumentate negli ultimi decenni, il valore intangibile della vita delle persone con un ascolto molto forte del messaggio cristiano, una valorizzazione della creatività imprenditoriale, giovanile, culturale, legata ad una bonifica delle rendite, un partito totalmente nuovo dove contino gli iscritti e le persone e non gli apparati e i gruppi correntizi. Sarebbe una svolta rispetto a tutte le vecchie politiche che ci hanno portato fino alle gravissime sconfitte di oggi.

Davvero un ritorno alla sinistra classica è la chiave giusta per interpretare questa fase politica?

Non credo agli schemi astratti e neppure alle parole che ormai non indicano più nulla della realtà. Riformismo. Sinistra. In nome di queste parole ci sono stati cedimenti e si sono realizzate politiche subalterne al neoliberismo e alla destra. Qualcuno ha persino promosso il secondo intervento in Iraq. Una cosa però la dico: non regge un mondo dove l’ 1% dei cittadini possiede la metà della ricchezza globale. Occorre un’alternativa. Va cercata con pazien- za, respiro unitario, forza culturale, vicinanza con il disagio sociale. Le cose che sono mancate al Pd negli ultimi anni.

A voler giocare con le parole, gliene propongo un’altra: vocazione maggioritaria. Ha ancora senso per il Partito democratico, alla luce del 4 marzo?

Ceccanti ha parlato di vocazione maggioritaria, eppure le cose che ha detto vanno nella direzione contraria. Maggioritaria, lo dice la parola stessa, significa inclusiva, unitaria, capace di suscitare consensi oltre i nostri confini. La vocazione maggioritaria fa pensare ad un campo di energie, non ad un fortino assediato e inevitabilmente fanatizzato che considera, dall’alto del suo 18%, tutti gli altri ugualmente e irrimediabilmente nemici. Questa è una vocazione minoritaria. Rilanciata da Renzi in modo sempre più disperato, dopo ogni sconfitta subita.

La parte del partito che si rispecchia nelle posizioni di Renzi ha ritrovato la spinta grazie al ritorno del leader. E’ ancora maggioritaria, come lo è stata all’ultimo congresso?

Credo di no. Ma vorrei che Renzi cominciasse ad interloquire direttamente con l’insieme del gruppo dirigente. Renzi è una personalità politica incomprimibile. Ha il dirit-to e il dovere di dire ciò che pensa nel Pd e all’Italia. Se partecipasse con spirito collegiale alla vita travagliata del partito, questo aiuterebbe anche lo sforzo di Martina. Mi pare, al contrario, preferire una partita ancora una volta solitaria che, penso, lo porterà inevitabilmente, nonostante quello che afferma, a candidarsi, del tutto legittimamente, a segretario nel prossimo congresso. Sarebbe persino un elemento sano e di chiarezza.

Salva qualcosa dell’eredità renziana oppure è tutto da cancellare?

No, non è tutto da buttare. Sono state fatte anche cose importanti. La critica all’Europa sull’austerità, per esempio, o la conquista di diritti fondamentali per le persone. Ma la sua stagione è stata chiusa dal voto degli italiani, non da intrighi interni. Renzi non deve uscire di scena. Dovrebbe concepire l’idea che anche altri possono ambire a guidare il partito su una strada diversa, magari vincente.

Lei dice che Renzi potrebbe anche candidare. Con Zingaretti saranno in due. Pensa ci sarà anche qualcun altro?

Non so quanti candidati ci saranno. Spero tutti coloro che hanno sensibilità e posizioni diverse e che le vogliono proporre e rappresentare. Sul percorso, dico solo che non può essere concentrato tutto sulle primarie finali. Va dato spazio alla discussione politica, così assente negli ultimi tempi, nel Paese e tra gli iscritti.

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Guardando oltre il congresso, il Pd come partito è ancora rappresentativo nel Paese o rischia di sparire, schiacciato dagli estremismi?

Il Pd è poco rappresentativo perché si è allontanato dalla vita nuda delle persone. Non ha realizzato un’empatia, una capacità di sentire le speranze ma anche la fatica del vivere di tanta parte della società. Si è isolato in una posizione elitaria. Fenomeno abbastanza diffuso tra i progressisti di tutto l’Occidente. Dentro questo spazio sono cresciuti i populismi; partendo da esigenze reali alle quali noi non abbiamo risposto e stravolgendole in modo inquietante. È difficile immergerci di nuovo nel popolo. Rimettere i piedi nel fango. Ma qui è il nodo e qui si salta.